Oltre
il giardino
Di Carlo
Presotto
“Il Presidente si rivolse a
lui:
- E lei, signor Gardiner,
che ne pensa della brutta stagione in Borsa?
- In un giardino ogni pianta
ha la sua stagione. C’è l’estate e la primavera, ma c’è anche l’autunno e
l’inverno. E poi, ancora, la primavera e l’estate. Purchè le radici non vengano
recise, tutto va bene e tutto andrà bene.” (J.Kosinski, Oltre il
Giardino)
Giardinieri di un parco, alle prese da una parte con il progetto, dall’alta con la mutevole reattività di una materia viva.
Mettere a punto un giardino significa soprattutto sapere ascoltare, sapere cogliere il momento giusto per compiere quelle piccole operazioni necessarie alla crescita delle piante.
Ma significa anche disporle secondo un sapere di antico artigianato, accostare le più deboli ad un muro di pietre, piantare le più esuberanti alla giusta distanza l’una dall’altra.
Era Chance, lo stupito protagonista di “Being There”, “Oltre il Giardino” di Jerzy Kosinski, che leggendo la realtà con occhi di giardiniere, scardina routine e luoghi comuni.
E’ vicino alla realtà delle cose, perché si occupa delle condizioni primarie della vita delle piante. Sole, acqua, terra, ascolto.
Io non credo che una certa idea di teatro d'arte contemporanea nasca per caso da chi si occupa del mondo dell’infanzia e dei giovani, da chi frequenta le differenze e le diversità, da chi ha scelto di percorrere le faglie di frattura del vivere sociale.
E’ da questa frequentazione che nasce la necessità di coltivare un contesto, di seminare, accompagnare la crescita, fino alla festa della fioritura e della raccolta dei frutti.
Il lavoro è l’intero processo, è nell’esserci presenti, “being there”, lì ed in quel momento.
Non sta nell’appariscenza dei frutti, ma nel loro gusto.
Scrivo queste note alla Cà dei Gatti, un agriturismo sulle colline faentine.
Mi piace pensare ai nostri teatri come a questa casa ristrutturata, in cui il signor Tini ha deciso un giorno di togliere i controsoffitti in polistirolo, di rimettere a vista i muri del dodicesimo secolo, come ha deciso di coltivare frutta e viti affiancando ai segreti tradizionali le tecniche biologiche.
Sorrido provando ad applicare al nostro teatro quello che leggo sul depliant dell’agriturismo: ”forme, colori, odori e sapori, possono solleticare i sensi più di quanto non si possa credere…”
Si tratta di una via obbligata, quella dello sviluppo compatibile con le caratteristiche originali di un luogo, di una cultura.
Riuscire a fare “mente locale”, è riuscire mantenere aperto un dialogo tra luoghi ed abitanti, tra il teatro ed il suo pubblico.
L’alternativa è l’omologazione, la verdura e la frutta del supermercato con le arance tutte della stessa misura e tutte ugualmente senza sapore.
La quantità al posto della qualità, lo standard al posto della differenza.
E’ una seduzione affascinante, e volte ci cadiamo, riempiendo un teatro con settecento ragazzi, riducendo le prove ad un mese, producendo troppi spettacoli per paura di perdere il treno, guardando contenti i totali in fondo al consuntivo per il dipartimento invece di guardare negli occhi i nostri spettatori.
Ogni volta che cediamo a questa seduzione, ogni volta che accettiamo di pensare per share e sondaggi, rifiutiamo la nostra diversità e diventiamo uno strano mostro, che vorrebbe ma non può, e diventiamo presuntuosi e ridicoli.
Ma torniamo al depliant della Cà dei Gatti: “in collaborazione con le aziende vicine abbiamo anche tracciato e segnato alcuni sentieri, che toccano i punti più suggestivi della nostra zona…”
Attenzione, questo può diventare il punto chiave.
Le nostra proposta non può essere quella di creare dei giardini chiusi, delle oasi protette per l’infanzia, in cui i bambini e i giovani possono passare qualche ora al riparo dai pedofili e dai cartoni giapponesi.
Per non cadere in quella trappola, comprensibile ma pericolosissima, di esorcizzare le istanze di mutamento dell’infanzia trasformandola in una specie protetta.
I bambini non sono né panda da proteggere né caprette da far pascolare in aree verdi recintate.
Sono individui sociali a tutti gli effetti, la cui difesa si realizza difendendo i loro spazi, i loro ruoli, i loro obblighi nel contesto della società civile.
Allora il nostro lavoro di giardinieri non si svolge più solo nel magnifico giardino d’infanzia, ma si diffonde nella città.
Aiole, parchi, spartitraffico, campetti di periferia, orti degli anziani, balconi fioriti, argini dei fiumi, il nostro lavoro diventa quello di disseminare le città ed i paesi di teatro, di quello che dalle nostre frequentazioni abbiamo imparato a chiamare teatro.
Il luogo dell’incontro, della curiosità, dello stupore.
Del gioco del rito e della festa.
Oltre il giardino, dove si possa semplicemente “to be there”, “essere lì”.
Il luogo dove, grandi e piccoli, si ritrova la necessità dell’inutile.